Animali sociali e digitali

C’è chi ha bisogno di far vedere quello che osserva passeggiando.
Chi vuole condividere un’emozione con una canzone, o meglio, chi vuole trasmettere un’emozione provata ascoltando una canzone, e la vuole condividere.
C’è chi si nutre delle sensazioni degli altri.
C’è chi sbandiera al vento tutto quello che fa: cosa mangia, cosa pensa, quanto beve, quanto caga, quanto ama, e chi magari grida al mondo che ama cippa lippa o adora molli pucci.
C’è chi cerca un’amicizia e magari scambia anche qualche parola, ma quando incontra la stessa persona per strada fa finta di non vederla.

I social network abbattono le barriere della timidezza, ma gli occhi sono speculum vitae e non puoi fuggire da loro quando li incroci per strada. E’ un paradosso! Eppure c’è un elemento comune in tutto. Siamo animali sociali. Cerchiamo contatti, e ce ne difendiamo allo stesso tempo. Bramiamo la conoscenza, ma l’esporsi troppo comporta il mettere in mostra anche le proprie debolezze. Anche scrivere, in fondo, è una forma di egocentrismo e di difesa allo stesso tempo. Ma è bella la spontaneità, che porta anche a parlare di cose futili, del vivere quotidiano, condividendolo anche in rete, ma in modo genuino, artificiale, come se le persone fossero lì con te.

Come quando sali sull’autobus (almeno a Livorno…), e incontri ‘na donnina che attacca bottone (comincia a parlare con te…) e ti racconta come mai la su’ nipote, oimmena poverina, sta tanto male ed è ri’overata all’ospedale. Dico io “vabbè, quanto me ne pole fregà della su’ nipote”, ma è tanto bello parlare anche con gli sconosciuti, sorridere e salutare per strada, condividere un attimo di umanità e apertura mentale. Anche con una battuta, arguta, sottile, non volgare.

Come il mi’ nonno, quando disse al testimone di Geova che aveva di fronte a sé, aprendo la porta: “io ‘un sono del Genoa….sono dell’Inter!”. E’ un modo diverso per dire “grazie, non mi interessa”! Ma la differenza è enorme.

EB