Altalena di vita

Ci sono giorni in cui tutto sembra a portata di mano, chiaramente spiegato davanti a te. E la vita ti sembra un panorama, un disegno ben organizzato. Basta aspettare, sforzarsi un attimo, e dalla visione generale spuntano i particolari, dalla foresta gli alberi. Allora decidi di vivere, e darci dentro, assaporare tutto, registrare immagini nella tua mente, fare il pieno per quando non troverai il bandolo della matassa e ti allontanerai, scrivendo righe per registrare un pensiero fugace, o un ricordo ancora vivo. In quei giorni in cui non riuscirai ad avere un appiglio, un ramo per sbirciare dentro la foresta e dare un’interpretazione allo scorrere delle ore, agli eventi casuali, a quelli programmati. Ma come insegnano maestri di vita, scrittori saggi o cantanti imbiancati, in questa altalena, l’importante è scegliere il proprio tempo, e oscillare. Non si ricorderà quando abbiamo imparato a piegare le gambe e poi a stenderle, o quando siamo scesi. Si ricorderà il sole scorto in cima, il vento che smuoveva i capelli al contrario, lo stomaco in subbuglio, il sorriso sulle labbra. Ma lì, avevamo la forza del bambino. Adesso occorre uscire di notte, alzare lo sguardo e scorgere Orione, incastonato tra le nuvole, come in un quadro di Picasso. E forse, ululeremo come un lupo.

EB

Tra la legge di Murphy e la metafisica di Shakespeare

Nei momenti migliori, tipo la partenza per le vacanze o la prima uscita con una nuova ragazza, capita che una delle leggi di Murphy trova la sua applicazione e conferma. Ma se nella stessa circostanza la sfiga si mischia con la metafisica, allora la sfortuna può essere più tollerabile. Capita che l’antifurto, il tuo baluardo contro le difese notturne, ogni tanto si deve allenare. Ma non aspetta il giorno. No… Lui è un po’ bastardo inside e si vuole allenare solo di notte. Capita anche che l’ultima visita dell’elettricista ha confermato che tutto è ok. Ma no, lui ti vuole stupire! Accade quindi che alle 2,30 di notte lui vuole suonare, come un bimbo che ha fame. E ti sveglia, puntuale. Rincoglionito, cispioso e allarmato ti svegli dicendo “ma è il mio??”. Certo che è il tuo, cosa credi, stolto? Seguono a ruota imprecazioni simil-bestemmie, ma non risolvono nulla. Perché Murphy ha deciso che la tastiera per spegnere la sirena non va. Intanto lui urla… E’ qui che avanza la metafisica: fottersene o non fottersene, questo è il problema. Pensare agli altri, o al tuo cuscino che ti attende caldino e morbidoso? Perché riusciresti anche a tornare a letto, facendo finta di niente. Ma qualche vicino ti sveglierebbe. Pensi anche che prima o poi la batteria finirà, ma ne passeranno ancora di minuti. Poi, il Mac Gyver che è in ognuno di noi ti spinge a usare la testa, che ci sarà un motivo perché dalle scimmie siamo diventati òmini! Ma l’antifurto è peggio di Terminator, che prima di terminà ce ne voleva… Nemmeno se tolgo la ‘orrente lui smette di chiacchierà! E così, Shakespeare ha prevalso su Murphy. Per non svegliare tutto il vicinato, che non si può chiamare un elettricista alle 4:00 di notte (N.B. l’intervallo di tempo di cui sopra), la sirena diminuiva, attutita e ovattata dentro un paio di piumini. Ma il sistema per cui stavano avvolti e fissi su di lui era veramente degno di Mac Gyver! Non è proprio un bello sprazzo di vita, e soprattutto qualche spruzzo di decibel li ho persi. Ma lui ha perso, e io, scegliendo Shakespeare, ma assonnato per tutto il giorno, avrò vinto.

EB

Se un giorno d’inverno un videolettore

Sei pronto? Prendi il tuo smartphone. Abbassa la luminosità. Togli il volume della suoneria. Sia mai che qualcuno ti disturbi mentre leggi! Disconnettiti da tutto. Niente cinguettio. Niente uozzapp. Niente avvisi da faccialibro. Spegni la sveglia. Incrocia le gambe sul divano. Sciogli il muscolo del pollice, dovrà darsi da fare nei prossimi dieci minuti. Prendi il carica batterie e collegalo già. Se hai bisogno, ti attaccherai subito. Se vuoi un’esperienza unica, prendi l’auricolare: il libro ti darà anche quelle atmosfere che cerchi nella vita. Mettiti un cuscino vicino. In caso di abbiocco, parerai il cellulare ed eviterai un nuovo acquisto. Se lo schermo non risponde velocemente per voltare pagina, passa in modalità scorrimento laterale.  Sarà meno fico, ma utile! Metti un segno. Domani, nel metro, riprenderai da dove sei rimasto, una pagina più in là.

EB

La forza di un ciao

Ogni mattina è lì, che ti aspetta al semaforo e ti chiede l’elemosina. Ma non è invadente con lo sguardo pietoso e lamentoso gitano. Invade con il suo sorriso e il suo ciao. Un semplice ciao. Che ti aspetti da quelli che conosci, o che almeno incroci nei corridoi del luogo di lavoro. Lui non ti conosce, non ha mai mangiato con te. Eppure ti saluta, con un gesto meccanico per tutti, senza eccezione. E il suo sorriso sdentato non diminuisce d’intensità col tempo. Anche col freddo, ti saluta. Ha più dignità lui, chiedendo l’elemosina col suo berretto e il baffo infreddolito, che tanti borghesi ben vestiti, affannati. Perché sono prigionieri della velocità dei tempi odierni, dei loro valori economici, sociali, religiosi. Lui sembra sbattersene di tutto quello che è in più. Sta lì ogni giorno. E quando manca, ti chiedi il perché. E’ un emarginato, e forse un pazzerello. Ma sembra aver capito tutto.

EB

Due artisti a confronto.

Una giornata per gli artisti. Così si definiva anche lui. Un ometto sulla quarantina. O forse cinquanta. Difficile dirlo senza incappare nell’errore. Forse perché era sovrappeso e già grigio di tempie. Era lì che ballava, nel suo mondo. Da lontano, la musica pompava. Da vicino, era lui che pompava la musica. La teneva a galla col suo ballo incessante, per niente sconclusionato. Non avrei potuto fare altrettanto. Non per la gestualità del ballo. Quella era semplice e costante. Ma ballare alla luce del sole, senza remore. Senza paura di affrontare la risata di quello che davanti lo filmava su facebook. Quello no, non mi sarebbe riuscito. A me occorre sempre un po’ di buio, l’atmosfera della discoteca, l’annullamento in mezzo a tanti. Lui no. Fiero del suo essere bizzarro, danzava sentendo la musica. In quello, era un artista. La sentiva nei piedi, nelle gambe, nelle braccia. La cantava, a modo suo. Indicava il cielo le parole che vibravano dentro di sé. Uno spettacolo! Così lo vedeva un bambino in prima fila. Incantato quanto lui nella sua musica. Incollato alla vita, con gli occhi fissi su quel tipo strano che ballava. Ballava, semplicemente.

EB

Canzoni e treni

Quella canzone. Che passa, ripassa, ripassa. È stampata dentro me, a colori e fronte retro. Si collega a momenti, sensazioni cristallizzate. E le colline verdi, nuove, sembrano toscano-umbre. Vado sempre lí, al centro. La musica scorre in piena. Il ruscello sotto il ponte invece soffre. Quella canzone l’ascoltavo triste. Questa l’ascoltavo pensoso da pendolare, questa volta io in piena.

Ci accompagnano, canzoni e treni, nella nostra vita. Si parte agognando settimane di serenitá, di famiglia, di amici e amori, di giochi e letture, di mari e monti, di pizza margherita. Una settimana per staccare la spina. Dopo un’ altra, appena staccati, ci ripieghiamo tra i piegati al lavoro, al dovere. Qual è la vera vita? Pensare, direi. Ma sarebbe troppo vuoto. Con una canzone va giá meglio. Si viaggia di piú, almeno con la mente. E con il treno si dá colore ai pensieri.

EB

L’adolescenza della politica

Ti ho visto arrivare trafelata, gli occhi supplichevoli già da lontano. Che tristezza, vederti umiliata davanti a me! Non sapevi proprio dove andare a sbattere la testa, questa volta. Non fra i tuoi amici, con i quali competi in egoismo ma verso cui eccelli in egocentrismo; non tra i tuoi spasimanti, che ti venerano e ti seguono come un gregge, ma che non ti amano profondamente come un marito e non ti seguiranno ad ogni cambio di vento; e nemmeno tra i tuoi nemici, con i quali ti sei misurata solo a parole, senza mai metterti realmente in discussione. Hai sperperato tutte le risorse che avevi a disposizione, il tuo intelletto, la tua credibilità, hai preferito cercare la comodità rispetto al sacrificio. Eppure, i tuoi nonni sono cresciuti nella povertà, anzi, ne sono emersi con fronte sudata. Tu ti sei beata delle nuove tecnologie, idolatrando sguardi virtuali a scapito di quelli condivisi davanti a un bicchiere di vino. Adesso, vieni da me. E che cosa potevo fare? Immagina, dai! Che cosa, se non abbracciarti come il figliol prodigo. La differenza è che eri persa, ma ora sei messa peggio! Il mio destino è spianarti la strada, passarti il testimone, donarti un giorno la mia eredità. Ma se non sei capace di camminare sulle tue gambe, anche sbagliando, ma percorrendo la tua strada con convinzione e decisione, dovrò ancora sostenerti con la mia esperienza e impedire ancora una volta il tuo volo. Sei proprio alla frutta, figlia mia!

Alberi imbiancati

Alberi imbiancati. I candidati di questa campagna elettorale sono come una fila di alberi imbiancati. Rami secchi, coperti di bianco. La neve cade soffice, a fiocchi, e copre la realtà quotidiana, la trasforma in qualcosa di etereo, immacolato, ovattato. Eppure, sembra di essere a Capodanno. C’è la tensione dell’attesa, ci saranno i fuochi, si danno i numeri e si rinnovano le promesse. Eppure, questa politica smuove le folle nelle piazze, attira commenti su facebook. Eppure, le elezioni si abbinano alla passione e alle speranze, al confronto e alla incomunicabilità, ai luoghi comuni e allo slancio giovanile. E mentre la neve porta il silenzio, la sera al freddo, al caldo fioccano dibattiti che ci rimbecilliscono, e ci prendiamo sbornie di televisione e video. Eppure, questa politica, tiene vivi. Risveglia gli animi, che questa neve sembra rallentare. L’uomo è passione, idea, comunicazione. In questo inverno, sembra di essere a primavera.

EB