Bandiera bianca digitale

Di scorcio ho visto una vecchia e un giovane, a fine-pranzo insieme. Gomiti appoggiati e avambracci distesi la nonna, il nipote disteso sulla panca, da un lato del tavolo. Sguardo annoiato lei. Lui rapito da uno schermo cinque pollici, con traffico dati incluso, che idolatrava sdraiato, ignorando la nonna e il resto del mondo intorno a sé. C’era anche la noia, a pranzo, banchettando con i loro sguardi distanti. C’era l’incomunicabilità tra generazioni, l’orgoglio di chi pensa che un vecchio non possa interessare, prima ancora che insegnare qualcosa. C’era l’isolamento in uno spazio mentale di un messaggino o di una uozzappata. Insieme al libeccio mattutino volava anche la tristezza. Come quella di due innamorati, o presunti tali, a un tavolo insieme per un caffè, mescolando silenzio digitale invece dello zucchero di un confronto verbale. L’amarezza invece mi suscitavano giovani sbarbatelli che fanno branco con la tecnologia senza sapere come usare quello che trovano istantaneamente nel web, a portata di touch.

Come Battiato, per una mattina ho sventolato la mia bandiera bianca.

Ma il mare e i bambini mi hanno riportato la fiducia.
Dialoghi, parole anche banali sulla battigia, passeggiate schiumose, ascolto silenzioso delle onde, risposte ai mille perché della vita, lo sguardo di bambini di fronte a castelli di sabbia costruiti insieme, il confronto egocentrico della marca dei costumi, le risate spensierate.

Basta poco per ricordarsi di vivere non solo di digitale. Per fortuna.

EB

Nevrosi digitale

Siamo incasellati in interfacce grafiche, icone che scandiscono e schedulano la nostra giornata lavorativa e, non contenti, il nostro tempo libero. C’è la posta da guardare, l’icona della lettera digitale, l’indesiderata, la formattazione dei caratteri, il bold, il corsivo, il back up per non perdere i dati, il numerino rosso e il mondo per i nuovi aggiornamenti su facebook, il pollice alzato (peccato manchi il pollice verso), una nuova richiesta di “amicizia” da gestire, un like da dare e un commento da partorire, una taggatina, una pennata sul’uccellino blu da buttare al vento, magari qualcuno lo leggerà, uno start-arresta il sistema o riavvia per gli aggiornamenti, un torna sul desktop com’è incasinato non ci capisco niente dov’è quel link a quella pagina web e quel documento così importante, e lo username, e la password? La barra dei secondi ci dice tra quanto ascolteremo la canzone che aspettavamo da tanto tempo e un’altra barra “baffuta” ci mostra quanto dobbiamo caricare l’ultimo film per vederlo a scrocco e non pagare l’eccesso di 13 euro al cinema.

Com’è che ci siamo costruiti un’esistenza digitale lasciandoci guidare e comandare da lei, senza opporre resistenza, nel nome della libertà dei contenuti e nel mare magnum di internet?
Mi sa che abbiamo perso la bussola! Ci vorrebbe un bell’ alt+ctrl+canc per mettere in stand-by il nostro sistema vita o terminare qualche applicazione.
Qualcuno lo fa già, ma la chiamano eutanasia. Io intendo qualcosa meno emotivamente e fisicamente tragico-traumatico, una sorta di eutanasia della tecnologia che ci riporti indietro alla lettera di carta, alla scelta del colore della busta e del motivo grafico, alla bella penna comprata per scrivere bene e non stancarsi, perché, non so voi, ho perso la manualità e quando guardo la mia scrittura brutta ripenso a quella bella scolastica.

Manca un aggiornamentino di quindici secondi sul corriere e uno sulla gazzetta, sia mai non rientri tra i maggiori lettori di quotidiani in Italia e non sia aggiornato sugli ultimi movimenti del fantamercato. Poi un’ultima partitina on-line, e sono pronto a spegnere il pc.

EB

Less is more

Proteste e rancore. Sembra che tutti facciano a gara ad abbaiare e sbranare.
Io invece vorrei utilizzare altri occhiali. E scorgere quanto siamo schiavi delle nostre creazioni.
Quanta colpa abbiamo nel mantenere e nutrire questo sistema che crea diseguaglianze sociali profonde?
Abbiamo mai provato davvero a vivere con meno oggetti?

Ad avere un impatto più sostenibile, anche solo nella nostra casa, non dico nel mondo! Ci siamo riempiti le esistenze di cose superflue e vizi, e lo stile adottato è alto. Siamo abituati a consumare. Così, appena vengono meno le entrate e la fortuna, non ce la facciamo più a sostenere il nostro livello di vita, che nella maggior parte dei casi è comunque decente e dignitoso.

Forse bisognerebbe abituarsi ad avere meno, a spendere meno, come i nostri nonni nel dopoguerra. A vivere più semplicemente. Riscoprendo il riuso, il riparare, il noleggiare. Non seguire le mode, guardare meno la televisione, usare meno i telefonini e i videogiochi, fumare e bere meno alcolici, staccarsi da internet. E uscire di più. Camminare. Scambiare qualche parola con gente nuova. Aprirsi a nuove esperienze. Uscire dalla propria città e guardarla dall’esterno, e vederne pregi e difetti. Osservare le stelle e pensare. In questi giorni c’è Orione, nel cielo. Se spegnessimo qualche luce, la vedremmo.

EB

Persi in un bicchiere d’acqua

Com’è che siamo arrivati a vivere la vita con un filtro digitale, uno schermo da sette pollici più importante dei nostri occhi, che registra, registra, registra? E fissa attimi vissuti a metà, colori e suoni incapaci di raggiungere la nostra anima e proiettati in una cartella di un pc, con modalità “in sequenza”.

Com’è che non siamo più capaci di vivere emozioni e perderci in pensieri davanti a un quadro o una scultura, senza pensare di condividerlo col nulla, una platea virtuale di occhi che sono connessi a volte sì a volte no?

Com’è che affidiamo ai byte i nostri sfoghi, pensando che dall’altra parte ci ascolteranno e ci capiranno e ci consoleranno pure? Illusione e potenza della virtualità!

Dov’è finito il buon vecchio diario, specchio di se stessi e custodito con gelosia? Si è dissolto nei like casuali, nei tweet al vento. Abbiamo lasciato prevalere l’apparenza. I nonni che evocano i tempi peggiori-migliori hanno colto l’essenza, perché nelle poche cose che avevano, davano importanza alle relazioni, al dialogo, al tempo speso insieme. Noi, invece, ci siamo persi in un bicchiere d’acqua, e ci crediamo immortali nei nostri hard disk di back up, dei quali non riusciamo più fare a meno.

EB

Animali sociali e digitali

C’è chi ha bisogno di far vedere quello che osserva passeggiando.
Chi vuole condividere un’emozione con una canzone, o meglio, chi vuole trasmettere un’emozione provata ascoltando una canzone, e la vuole condividere.
C’è chi si nutre delle sensazioni degli altri.
C’è chi sbandiera al vento tutto quello che fa: cosa mangia, cosa pensa, quanto beve, quanto caga, quanto ama, e chi magari grida al mondo che ama cippa lippa o adora molli pucci.
C’è chi cerca un’amicizia e magari scambia anche qualche parola, ma quando incontra la stessa persona per strada fa finta di non vederla.

I social network abbattono le barriere della timidezza, ma gli occhi sono speculum vitae e non puoi fuggire da loro quando li incroci per strada. E’ un paradosso! Eppure c’è un elemento comune in tutto. Siamo animali sociali. Cerchiamo contatti, e ce ne difendiamo allo stesso tempo. Bramiamo la conoscenza, ma l’esporsi troppo comporta il mettere in mostra anche le proprie debolezze. Anche scrivere, in fondo, è una forma di egocentrismo e di difesa allo stesso tempo. Ma è bella la spontaneità, che porta anche a parlare di cose futili, del vivere quotidiano, condividendolo anche in rete, ma in modo genuino, artificiale, come se le persone fossero lì con te.

Come quando sali sull’autobus (almeno a Livorno…), e incontri ‘na donnina che attacca bottone (comincia a parlare con te…) e ti racconta come mai la su’ nipote, oimmena poverina, sta tanto male ed è ri’overata all’ospedale. Dico io “vabbè, quanto me ne pole fregà della su’ nipote”, ma è tanto bello parlare anche con gli sconosciuti, sorridere e salutare per strada, condividere un attimo di umanità e apertura mentale. Anche con una battuta, arguta, sottile, non volgare.

Come il mi’ nonno, quando disse al testimone di Geova che aveva di fronte a sé, aprendo la porta: “io ‘un sono del Genoa….sono dell’Inter!”. E’ un modo diverso per dire “grazie, non mi interessa”! Ma la differenza è enorme.

EB

Sarò veramente padre…

Sarò veramente padre,
se saprò chinare la testa come la chini tu, chiedendo scusa senza orgoglio;
se saprò abbandonare il rancore, come tu fai appena dopo aver litigato furiosamente;
se riuscirò ad inventare nomi diversi ogni volta che leggo una fiaba, e alla volta successiva cambiare ancora;
se i miei sorrisi saranno innocenti e puri, e saranno rivolti alle facce note e a quelle sconosciute;
se saprò abbassare la testa ad altezza tappeto, per incastrare un pezzo di lego che non s’incastra;
se diventerò un cavallino senza avere gli zoccoli, e un materasso senza avere le molle;
se avrò pazienza per arginare la mia collera e scioglierla come burro al sole;
se canterò passeggiando, o mentre svolgo il mio lavoro;
se penserò che aveva ragione mi’ padre, quando me lo aveva detto;
se porterò in bagno matasse di libri, solo per leggerne uno;
se accenderò il mio pc per ripassare l’ultima canzone dello Zecchino d’oro;
se riuscirò a fare ogni cosa come se fosse “l’ultimissima dell’ultimissima”;

solo allora, forse, sarò veramente padre.

EB