Cartolina digitale labronica

libeccio5-andrea dani

Di Livorno si amano le mareggiate impetuose, sospinte dal libeccio, il vento che alleggerisce i pensieri, il riso leggero.
C’è chi odia la parte più becera, la volgarità gratuita e non scorge l’acume ingegnoso, lo sprazzo arguto della battuta labronica.
C’è chi bestemmia per dolore e chi bestemmia e basta, senza rispetto delle differenze di culto e di pensiero, culla della nostra città.

tumblr_n5lze56akV1qmvozdo1_1280.jpg

C’è chi è rimasto al comunismo e chi al fascismo e non si schioda da quell’arrocco.
C’è chi veste lo scialo livornese con il fatalismo verghiano, e non s’inonda della generosità e della forza d’animo dei labronici.
C’è chi si bea della passeggiata sul lungomare, le tamerici a braccetto, e tutto il resto potrebbe annullarsi.
C’è chi si perde in vedute infinite da una spalletta ottocentesca, e chi in una buca del centro, tra strade marinare sporche.

 

C’è chi scorge solo “Livorno com’era”, e non la immagina come sarà.
C’è chi se ne va, e la guarda da lontano, e la vorrebbe migliore, non diversa. Perché Livorno si ama o si odia. Ma lascia il segno.

EB

 

Un ringraziamento ad Andrea Dani per le bellissime foto, disponibili sul sito LIVorNOT (http://www.livornot.it)

Commozione davanti ai Quattro Mori

Recentemente. Sala d’attesa ospedaliera.
Colloquio ammazza-tempo con signora di Bergamo.
Argomenti: il più, il meno, il tempo, le vacanze, i figli.

“Ma tu…non sei di Bergamo, vero?”
“No, sono di Livorno” (lei, a Sherlock Holmes, non allaccia neanche le scarpe…)
“Ah, Livorno. Ci sono stata. Una città…particolare. Avete un bel mare!
Ma i Quattro Mori sono stupendi! Mi sono commossa, di fronte a loro”.

Tre secondi di silenzio. Oggi, tre secondi paiono un’eternità, se trascorsi a fissarsi in silenzio. Ci ripenso a casa. La stessa opera genera differenti sensazioni. Bello! Ma non mi era mai capitato di sentir parlare dei Quattro Mori in questo modo.

Un monumento silenzioso e perenne di una cittadina marinara.
Simbolo di un passato mediceo di conquiste, in una città nata tollerante per editto. Simbolo di rinascita cittadina e di potere.
Fiero antagonista dell’invisa torre inclinata.

Ricurvi e contorti tra le catene, non sembrano nemmeno volersi liberare.
E sopra Ferdinando, fiero, eretto di fronte al mare. Non fa una piega.
Forse, la signora, si è soffermata sui volti. Le labbra camuse. Sguardi inespressivi, attoniti. Appaiono pietrificati come da Medusa.
Poi sbuca la tristezza, la rassegnazione, infine la speranza.
Forse lei ha vissuto questo percorso.

L’avranno visto in milioni di persone, dal 1626.
Ma solo ora, per la prima volta, ne scorgo la bellezza.

 

Per chi volesse approfondire la storia del monumento e della città: http://it.wikipedia.org/wiki/Monumento_dei_Quattro_mori

Livorno da lontano

Anno nuovo vita vecchia. Eh sì, perché gli amici non si cambiano, la famiglia d’origine pure. Libero dallo stress impiegatizio, la mente spazia e vola come brezza sul mare.

Penso ai miei simili, allontanatisi per mille motivi dalla propria città natale. Come sentono oggi la loro livornesità? Appassionati danteschi o struggenti foscoliani?

Il guardare con distacco gli eventi della tua terra porta a galla non solo la macro storia personale, ma soprattutto i piccoli momenti, che hanno plasmato la tua identità silenziosamente.

Un incontro casuale per le vie del centro a Natale.
Un “cinque e cinque” il sabato sera.
Una chiacchierata lungo la scacchiera.
Prendere il sole come una lucertola, a luglio su uno scoglio…
Bagnarsi piedi innamorati d’inverno, su una passerella che s’immerge in mare.
Rincorrere granchi sugli scogli.

Da lontano si filtrano da soli, i veri amici, quelli che lasciano traccia e che ricrei in un secondo nella tua mente.
E assolutizzi i momenti che riesci a condividere con i genitori, i fratelli. E senti che sono parte di te, ovunque.
Provi a dare materialità fisica alle immagini digitali. Colmi le distanze con la voce e sguardi cristallizzati.

Ma i ricordi non possono saziare i desideri del cuore.
Avvertirai la tua sagoma mancante in una foto.
Un parquet rispolverato sarà privo della tua corsa.

Allora ti crei una nicchia mentale, dove cullarti ogni tanto. Poi ti volti, volgi lo sguardo alle nuove radici, e ti ci aggrappi con gioia. Pianti un albero, generi figli e scrivi e scrivi. La moglie al fianco. Certezza e serenità.

Sometimes, un frammento casuale ti rimanda là, e cerchi di esportare un lembo della tua terra.
Difficile rendere a chi non l’ha provato sulla propria pelle cosa significhi vivere a Livorno.
Orgoglioso quando un collega bergamasco avvezzo ormai al dé, apostrofato da uno sconosciuto toscano “Ma te ‘un sarai mi’a livornese?”, risponde con pronta sagacia: “E te ‘un sarai mi’a pisano”?!

P.S. Un buon 2015 a tutti, anche ai miei amici pisani 😉

EB

Scogliere e libeccio

Ognuno di noi ha un luogo ameno del cuore dove rintanarsi, di tanto in tanto, e soffermarsi e prendere fiato dall’incessante scorrere della vita. Il mio è una scogliera livornese. Ritta, in ripida picchiata verso la schiuma ribollente del mare sospinto e agitato dal libeccio. Un mare di vita, che trasforma ogni pensiero in rumore di onde che sbattono contro gli scogli, e cuce ogni sfumatura con gli spruzzi trasportati in alto, che competono con gli uccelli in volo e li sporca di sale.

Mi sembra di essere un tutt’uno con lei. Forse è per l’orizzonte, dove il sole ogni tanto compare tra un’ondata e l’altra, lui che sembra appoggiarsi per riposarsi. Forse è per il rumore assordante che annulla ogni altro suono e isola i pensieri, spiegati e distillati, che stanno lì sulle onde, a dondolarsi, a aspettare che la mente li colga per girarli e rovesciarli come un calzino. E’ un momento dell’anima, in solitaria osservazione e contemplazione. Solo allora la vita mi appare così lavata e netta. Solo allora decido azioni. Un controsenso. Nel massimo della riflessione, si nasconde l’azione, l’atto del vivere contro il vedersi vivere.
E dopo che l’anima è centrifugata dal mare, s’acqueta.

Ogni tanto, quando sale il vento anche a Bergamo, dalle mura di città alta mi pare scorgere il mare lontano, e se chiudo gli occhi, arriva una ventata di sale, che sporca la faccia anche a me.

EB

Il mare d’inverno

Punge come un ago e sferza la mia pelle secca. Non è come d’agosto, col libeccio che sputa sale sui tuoi occhiali da sole e li imbianca. E’ un animale solitario, che sonnecchia e ogni tanto alza la testa. Ma più lo guardi e più t’incanti. E ritrovi i luccichii e le scaglie lontane montaliane. E ti annienti, di fronte alla sua vita fredda. D’estate ti invita a immergerti e a fonderti con lui. D’inverno ti sciacqua l’anima e mette in ordine i tuoi pensieri. Se stai lì, di fronte al mare, di giorno puoi veder scorrere chiaramente la tua vita, illuminata dai riflessi lontani. Se stai lì, su una panchina a sole tramontato, vedi bagliori di fari, barche in attesa ciondolanti, la luna un po’ nascosta, e qualche fata. Pare morto, d’inverno, e abbandonato da chiasso e vocio e giochi d’acqua. Ma se passeggi sulla battigia e lasci che il tuo piede riconosca l’amico freddo, piano piano le orecchie si sturano, e la sua voce rimbomba.

EB

imagesCALBG4S4

95867-500x321

Profumi e colori labronici

D’un botto mi sento tutt’uno con la mia terra e ripercorro la strada a ritroso.
Ritrovo il cicalio estivo dei livornesi, il gabbione, le cene improvvisate sul mare di cemento, il salmastro a braccetto con il libeccio, du’ battute.
Niente email,  i-pad, facebook, blog e virtuale. Solo vita reale, chiacchere, vino, sudore, sguardi.
Niente macchina, metropolitana, treno, aereo. Solo contare i passi, attento a non scivolare sugli scogli.
E la gente che corre, bella, al sole. E gabbiani che banchettano, tramonti senza fine, barche rattoppate.

Eppure, la mia città mi chiama.
Ma se ci tornassi, andrei via di nuovo.
Come un viaggiatore che non trova requie, ma deve solo viaggiare.

Le piazze e i monumenti di Livorno

Con occhi di turista visito la mia città. Ci sono nato, eppure la vedo per la prima volta. La percorro con gli occhi della mente, buttandomi nelle strade, nelle viuzze. Ritrovo quel muro screpolato di quando andavo a scuola e alzavo lo sguardo verso il portone di un mio amico. Rivedo quello squarcio di mare mentre andavo in bicicletta, verso il porto. Calpesto percorsi noti, ora diventati brevi. Mi immergo nel vociare delle persone, nelle piazze gremite di gente che vuole vivere parlando insieme, e ridendo (sì, perché vivere trovando il modo di sorridere di tutto e tutti è proprio un’impronta genetica). Cerco nelle facce delle persone volti conosciuti, cresciuti, invecchiati. Cerco la vita che è andata avanti. E nelle piazze mi guardo intorno, e scorgo monumenti storici. Prima non ci facevo caso. A volte ci passavo sotto, e li guardavo. Cavour, Garibaldi, Leopoldo II, Guerrazzi, Luigi Orlando, Fattori, Modigliani. E poi il simbolo cittadino dei Quattro Mori sotto Ferdinando I, e il Pescatore, che pensa scrutando il mare, ma a me piace immaginare che trattenga una risata. E ce ne sarebbero ancora, di monumenti e busti. Adesso li vedo, e in qualche modo mi parlano in modo segreto e silenzioso. Alcuni dicono che a Livorno non c’è niente, a parte il mare. A parte, dico io, che il mare è tutto! Ma a me sembra che la bellezza di una città vada cercata nella gente, nelle piazze, negli sguardi e negli angoli nascosti. E a volte in una statua con un piccione sopra.

EB