Rimasugli di Natale

Soffocata da luci pacchiane, offuscata da babbi che suonano il sax  ondeggiando il sedere e scalano le finestre, eccola, la poesia del Natale, appiccicata a palle d’oro e d’argento di un albero gettato via e piegato, in disparte, al progresso.

Cosparse di brillantini kitch, riflettono l’odore di veri abeti che troneggiavano con spavaldo disprezzo d’ambientalisti e attiravano gli occhi di quindici commensali riuniti in salotti dai soffitti ammuffiti per l’acqua evaporata della pasta.

E musiche incerte gracchiavano su dischi ingombranti, scaldando gli animi anche di chi era ateo, ma credeva nel Natale dello stare insieme e del raccontare. Poi, dopo le storie, i nipoti acquerellavano su vetri appannati e facevano asciugare sul termosifone pastori di creta monchi.

Il Natale ti entrava nella testa, come scatola di pandoro per fragili guerre, e andava in giro su timide cartoline color seppia, che nel loro viaggio si portavano dietro le ansie dell’attesa e coloravano la fantasia dei bambini.