Bandiera bianca digitale

Di scorcio ho visto una vecchia e un giovane, a fine-pranzo insieme. Gomiti appoggiati e avambracci distesi la nonna, il nipote disteso sulla panca, da un lato del tavolo. Sguardo annoiato lei. Lui rapito da uno schermo cinque pollici, con traffico dati incluso, che idolatrava sdraiato, ignorando la nonna e il resto del mondo intorno a sé. C’era anche la noia, a pranzo, banchettando con i loro sguardi distanti. C’era l’incomunicabilità tra generazioni, l’orgoglio di chi pensa che un vecchio non possa interessare, prima ancora che insegnare qualcosa. C’era l’isolamento in uno spazio mentale di un messaggino o di una uozzappata. Insieme al libeccio mattutino volava anche la tristezza. Come quella di due innamorati, o presunti tali, a un tavolo insieme per un caffè, mescolando silenzio digitale invece dello zucchero di un confronto verbale. L’amarezza invece mi suscitavano giovani sbarbatelli che fanno branco con la tecnologia senza sapere come usare quello che trovano istantaneamente nel web, a portata di touch.

Come Battiato, per una mattina ho sventolato la mia bandiera bianca.

Ma il mare e i bambini mi hanno riportato la fiducia.
Dialoghi, parole anche banali sulla battigia, passeggiate schiumose, ascolto silenzioso delle onde, risposte ai mille perché della vita, lo sguardo di bambini di fronte a castelli di sabbia costruiti insieme, il confronto egocentrico della marca dei costumi, le risate spensierate.

Basta poco per ricordarsi di vivere non solo di digitale. Per fortuna.

EB